venerdì 1 aprile 2011

Il brand manager e la teleconference

Se Leonardo Da Vinci avesse disegnato l'uomo vitruviano nel Ventunesimo secolo, non l'avrebbe inscritto nel cerchio e nel quadrato, ma nella multinazionale. La multinazionale oggi è il contorno entro il quale individuare la cifra stessa dell'uomo. Essa infatti è globale per sua stessa definizione, commerciale nell'essenza e risponde alla crescente complessità post-moderna con un disarmante pressapochismo. Tre tratti, questi, che inquadrano sostanzialmente la nostra epoca.

Nella multinazionale l'uomo può finalmente confrontarsi con una moltitudine di individui assolutamente variegata quanto a provenienza geografica, modelli culturali, preferenze religiose, orientamenti sessuali, livelli di grettezza e meschinità. E' questo il luogo dove l'uomo, schiacciato fra la rigidità e la lentezza dello stabilimento produttivo e l'urgenza frenetica di portare i prodotti al mercato, può finalmente guadarsi allo specchio e capire chi è veramente, proprio a partire dalla relazione coi propri simili.

Il senso dell'uomo nella multinazionale giace proprio nella relazione fra lui e la sua rete di contatti.  La comunicazione è il fattore determinante, ancor più della competenza, a meno che non siate un informatico. Il brand manager italiano e quello danese comunicano in pochi secondi grazie a una semplice telefonata. Che se poi ci si mette di mezzo anche il brand manager del Belgio... allora non si tratta più di una telefonata, ma di una TELECONFERENCE.

La teleconference è una manifestazione comunicativa tipica della multinazionale. Quando più di due persone si danno appuntamento telefonico per scambiarsi pareri confusi e osservazioni spannometriche nella totale assenza di un obiettivo condiviso*, allora ci troviamo in presenza di una teleconference.

L'inizio della teleconference è irrimediabilmente segnato da un ritardo fisiologico. E' sempre meglio arrivare ultimi onde evitare di dover ingannare l'attesa di qualche buontempone discorrendo col collega indiano sulle implicazioni del sesso degli elefanti sul prezzo promozionale del bipacco.
Durante la teleconference ognuno si fa gli affaracci suoi: chi scrive al portatile, chi legge, chi manda sms, chi sonnecchia, i più spensierati abbandonano la stanza anche per alcuni minuti. Nessuno segue un flusso, dunque è importante impedire che alcuni aitanti partecipanti prendano decisioni avventate a scapito di una distratta maggiornaza collegata da mezzo mondo per poi ratificare false disposizioni mediante mail di recap a fine tc.
Il linguaggio non verbale è ampiamente in voga nel corso delle tc. Vale tutto: mimo, gesti inconsulti, insulti plateali, a patto siano muti.
La formula conclusiva prevede il ricorrente uso a eclatanti banalità. Sono quelle osservazioni jolly, sempre vere e abbastanza vaghe e astratte da non poter essere contestate, roba del tipo: "Bene, dunque abbiamo le azioni per procedere", oppure "Mi terrei comunque anche pronto con una soluzione alternativa, in caso di imprevisti". Chiaramente vince chi si porta a casa meno lavoro da sbrigare.


*L'unico vero obiettivo condiviso, come sempre capita in una caleidoscopica organizzazione in cui i confini fra le responsabilità dei membri sono tutto fuor che nitidi, è pararsi il culo facendo ricadere ogni responsabilità sul malcapitato di turno.

6 commenti:

  1. Che poi come disse qualcuno di illuminato: il ruolo del marchettaro è in ogni vera teleconference quello di dire al momento del fatidico biiip di ingresso "hi from Milano, we've online xxx-finance, yyy-supply, zzz-r&d and me" e poi tacere fino ai saluti finali perchè sappiamo tristemente tutti che saranno loro a fare il lavoro, qualunque lavoro concreto

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  2. Una delle cose più divertenti delle mie conf call era la frase con cui da Londra chiudevano "Are you all confortable with these?" perfetto esempio dello stile british: impositivo nei contenuti educato nella forma.

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  3. ahahah! Che paraculi...
    Oppure: "thanks for leading"-> occupati tu di questa rogna

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  4. e vogliamo menzionare l'americanissimo "thanks XYZ, that's a great question"... al quale purtroppo rarissimamente segue una "great answer"....

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  5. Ma anche il "good point" dopo un'obiezione, modo sintetico di dirti "hai ragione ma ce ne fottiamo"

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  6. un po' il contrario di "We take the point" -> mi hai fottuto

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