sabato 1 ottobre 2011

Il brand manager in guerra

Marketing è guerra. Pianifichiamo strategie per colpire target e conquistare quote di potere sempre maggiori. Attuiamo campagne per rendere memorabili i nostri brand. Il brand stesso è un concetto violento. Vogliamo che la nostra marca si stampi nelle teste della gente come il marchio a fuoco che viene impresso sulla pelle del bestiame. Per sempre.

Il marketing non contempla le persone, ci sono solo consumatori e questi esistono in quanto acquistano e consumano i prodotti, producendo rifiuti. Chi non consuma è inutile. Chi frena il consumo è dannoso, dunque va messo nella condizione di non nuocere.

La struttura organizzativa delle multinazionali funziona come la gerarchia dell'esercito. Si entra dal basso, si fanno le campagne, si guadagna esperienza, si conquistano i gradi, si diventa responsabili di altri soldati, poi con potere sempre crescente si punta a diventare Generali (Managers).

Alcuni discutono sull'opportunità di rivedere la terminologia militaresca del marketing a favore di una più politicamente corretta, ad esempio mutuata dal linguaggio sportivo. Cazzate. Il marketing non è politicamente corretto. Il marketing crea valore per aumentare i profitti, e non c'è niente di più profondamente e intimamente legato alla guerra del profitto.


3 commenti:

  1. E "L'arte della Guerra" è stato uno dei primi furti per darsi un tono.

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  2. “Rubare è un mestiere impegnativo, ci vuole gente seria, mica come voi! Voi, al massimo… potete andare a lavorare!” :)

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  3. Brando ma come si fa a non amarti anche quando sei depresso... grande Mario sempre nel cuore.

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