domenica 19 febbraio 2012

The outsider tip: il consulente

Riprendo l'utile punto di vista di un commentatore che chiameremo "Il consulente". E' un contributo che non parla solo di marketing, ma di percorsi professionali in senso più ampio, con qualche suggerimento per chi si accinge a cominciare e un punto di vista outsider che non guasta mai.

"Rimango sempre molto affascinato dalla trovate del marketing; anche nelle derive di amployer branding che oggi anche in Italia iniziano a guadagnare spazio: voi siete un esempio! A parte i tecnicismi, gli "inglesismi" utilizzati dai "markettari" (che quando usati da noi italiani a me divertono) io scriverò in questo spazio prendendolo come opportunità di confronto e occasione per parlare a chi, più giovane si accinge a entrare nel mondo del lavoro.
Io ho lavorato sia in azienda che in consulenza, mi sono occupato sia di persone che di strategia e posso dirvi che non c'è meglio o peggio! Esistono le aziende (che vendono prodotti o servizi) e le "aziende" di consulenza (che vendono servizi che sempre più diventano prodotti). Quello che ci sta dietro è un modo diverso di lavorare e di vivere e far parte (nel senso di prender parte all'organizzazione). Il punto per me rimane sempre la persona. Le aziende garantiscono percorsi di sviluppo definiti, talvolta piu' rigidi ma "sicuri" e prevedibili: con le dovute eccezioni. Le "aziende" di consulenza sono più destrutturate su questo piano perchè puntano a tirar fuori il massimo dalla persona. Ecco perchè come ha scritto qualcuno dagli ambienti di consulenza escono più top manager e, aggiungo io, imprenditori. Si guadagna di meno in azienda che in consulenza ma voglio dire a Junior che iniziano una carriera che se alla loro età scelgono un lavoro per quello che si guadagna (le persone dotate di raziocinio estrapoleranno il giusto significato da questa frase) beh stanno partendo male. Ascoltate voi stessi, investite sulle vostre passioni ma soprattutto divertitevi quando lavorate. Per quanto riguarda l'etichetta di "nave scuola" credo che la partita sia vinta dalla consulenza. Ma anche qui dipende dalle vostre ambizioni. Diciamo che chi ha dei trascorsi in consulenza ha più possibilità di ricoprire ruoli di general manager prima ed in industry diverse, che detta in soldoni significa più possibilità di impiego. La consulenza insegna ad avere (fin da quando si è Junior) una visione organizzativa più ampia, cosa che spesso in azienda non accade. Quello che più conta nell'apprendimento è capire il fine di quello che si fa. I vantaggi sono un più alto livello di motivazione nel tempo, un riduzione della curva di apprendimento e una maggiore capacità di pensare a soluzioni alternative. I contro della consulenza sono i costi umani. Aziende come Nivea, ma non è l'unica, sono molto attente a garantire un livello di benessere molto alto ai propri impiegati. In consulenza questo è impossibile, proprio perché la consulenza come dinamiche è assimilabile più a quelle della libera professione. In altre parole non c'è nessuno che si prende cura di te: grow or out!Mi permetto di puntualizzare su un intervento di Brando (a cui faccio i complimenti per la gestione dello spazio in modo giustamente ironico a volte; proprio come deve essere preso il lavoro! Posso confermati, per esperienza, che le persone che lavorano in azienda e decidono di spostarsi in consulenza rimangono confinati in nicchie, a meno che non ci finiscono dopo 30 anni di esperienza da general manager in azienda, che significa essere diventato un consulente. Una cosa importante da dire è che si può lavorare in azienda con un approccio consulenziale, fin dove i le rigidità organizzative lo consentono. Io conosco Nivea e la consiglierei ma non mi sento di dire che sia l'unica nave scuola. Si apprende dove si gli ambienti professionali funzionano e dove c'è un buon humus professionale. Di solito le aziende più attrattive sono anche le migliori, parchè ci vogliono lavorare i migliori e le aziende possono scegliere tra il meglio (quell'antichissima legge delle d/o). La consulenza inoltre impone di sopportare soglie medie di stress molto più alte. In azienda le curve dello stress sono cicliche e prevedibili (con qualche eccezione). Finisco dicendo che bisogna trovare il lavoro giusto per se; il posto che ci permette di valorizzare ciò che siamo e questo lo si può capire solo provando sulla propria pelle. Se avete l'occasione provate e se non vi trovate bene cambiate. La sfida nel lavoro deve essere quella di trovare il lavoro giusto per se non combattere contro il lavoro. Dico ai più giovani di non cedere alle mode professionali, di abbandonare i cliché professionali. Sulle big della consulenza McK, Bain, BCG dico che sono AZIENDE dove si fa consulenza. Per chi volesse iniziare a fare il consulente consiglierei anche di iniziare in società più piccole a gittata nazionale o europea. Auguro a tutti un buon lavoro e soprattutto ai più giovani auguro il lavoro, sperando che lo vadano a cercare ovunque esso sia...visti i tempi! Siete giovani e nati nel MONDO non solo in Italia...spero di aver dato un contributo utile!"

6 commenti:

  1. Sicuramente un esperienza in consulenza allarga la mente e fa crescere la professionalità fortemente. Ma ritengo che iniziare a lavorare direttamente dalla consulenza sia un po' un errore perché priva di tutta la parte di implementazione dei progetti che solo l'azienda fa vedere. Secondo me prima di lavorare in consulenza sarebbe ideale spendere almeno due anni nel marketing o nelle vendite per avere un profilo più completo

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  2. Ti risponde colui che e' stato battezzato da Brando come il "consulente". Innanzi tutto a scanso di equivoci ribadisco che la mia non e' una crociata pro-consulenza ma la disponibilita' a fare chiarezza su mondi professionali completamente diversi. Grazie per la risposta ma devo dirti che le cose non stanno veramente cosi'. La prima lezione impartita ad un junior in consulenza e' che ci sono progetti di strategia, progetti di implementazione e progetti wide view (processi che includono tutto il ciclo). I consulenti vengono ingaggiati dalle aziende per sopperire ad un gap di risorse (un particolare periodo in cui l'azienda deve affrontare un ostacolo e non avendo le risorse necessarie le ingaggia all'esterno, per limitare i costi di assunzione); lacune di know how (l'azienda al suo interno non ha le competenze ed ingaggia consulenti per un processo di fertilizzazione di conoscenza); razionalizzazione dei processi e quindi miglior allocazione di risorse (e' il caso in cui si ingaggia un "occhio terzo", il consulente, che non e' viziato dalle routine aziendali cosa che spesso puo' accarere ai manager; non e' un limite semplicemente accade per assuefazione all'ambiente in cui si vive. Si presenta quindi il bisogno di ingaggiare persone di pari capacita' di analisi ma che vedono cose che le altre persone non vedono). Per ovvi motivi un junior in consulenza vede e fa cose che un junior in azienda non fara'. La ragione per la quale (in Italia) i consulenti non arrivano prima di 40anni in azienda e' squisitamente culturale. Dopo 6 anni in consulenza (fatti seriamente) si potrebbe a tutti gli effetti diventare general manager ma non accade perche' farebbe un po' strano vedere un capo cosi giovane (ripeto in Italia). Per come sono strutturai i processi/percorsi di sviluppo in azienda dopo 6 anni di esperienza, se si viene "etichettati" come talenti si e' ricoperto al massimo 3 funzioni. In azienda puoi diventare esperto (a parita' di anni) di supply chain, CRM, un discreto BM ma e' difficile farsi delle solide basi di general management (anche perche' si lavora meno ore e su meno progetti; non significa presenzialismo ma ore per output riconosciuti). Le aziende lavorano per "attivita'", misurano la perfomance sulle attivita'. In consulenza si lavora fin da subito per "obiettivi" e spesso il tipo di attivita' da intraprendere e' relegato all'individuo. Ripeto non e' meglio o peggio ma questa e' la fotografia. Spero di non essere stato troppo "professorale"(per non scomodare le Accademie!). Ribadisco che quanto detto e' uno scenario generale ci sono sempre le dovute eccezioni.

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  3. Ciao, io sono "il Consulente2", e ho avuto il piacere di lavorare sia in consulenza che in azienda. Non ho nulla di brillante da dire se non che non è così facile il passaggio dalla consulenza all'azienda nè il viceversa.
    Nel primo caso occorre essere inseriti all'interno di un progetto speciale, la nascita di una nuova funzione, etc
    Nel secondo caso la società di consulenza sarà interessata al tuo profilo soltanto se hai un'esperienza di settore specifica e notevole.
    Conclusione: sia che tu lavori in azienda o in consulenza, pensa sempre al medio/lungo periodo, esperienze in consulenza e/o in azienda di durata inferiore ai 3/5 anni non servono (quasi) a nulla.

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  4. Il "Consulente1" (solo per diacronica apparizione) sottoscrive e conferma.

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  5. salve sono il consulente 3 (!!!), avevo già scritto in un altro post introducendo il tema consulenza/industry. essendo io una figura junior attualmente ha solo avuto il piacere di provare l'esperienza consulenza ma non quella della industry. E' stato molto utile leggere tutti i vostri commenti sull'argomento.
    Il mito di molti giovani che si buttano nella consulenza strategica come me è quello della carriera veloce e del passaggio ad un certo punto in un azienda in delle posizioni di rilievo.
    La realtà è forse un'altra: la carriera veloce esiste, è vero, ma ad un prezzo umano che nessuno si può immaginare se non chi ha provato. Il passaggio è possibile ma non così scontato come pensavo e come voi mi state confermando. Molte volte il passaggio avviene in funzioni totalmente pieni di ex consulenti o magari totalmente staccate dal resto dell'azienda (fonte: voci! non avendo io avuto ancora la possibilità di fare questo passaggio).
    Ed è proprio su questo punto che vorrei sapere una vostra opinione. Secondo la vostra esperienza quali sono le funzioni dove il consulente si colloca in un'azienda FMCG quali sono sia a livello junior che senior?
    Trovo forse un po esagerato il fatto di dire che se si lavora meno di 5 anni in consulenza non serve quasi a nulla. Le persone che sono da 5 anni (molte con un mba) nella mia società sono persone che seppur giovani potrebbero benissimo andare a fare le prime linee in società importanti per l'esperienza che hanno sviluppato.
    Quindi forse le persone che hanno lavorato meno di 5 anni non andranno a ricoprire ruoli dirigenziali fin da subito ma forse è un po esagerato e riduttivo dire che quegli anni non sono serviti.
    secondo voi solo persone di una certa seniority possono fare il passaggio quindi?
    Le vostre idee che mi sembrano molto chiare e provenienti a quanto posso leggere da persone che parlano con cognizione di causa possono essere molto utili secondo me

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  6. Caro consulente 3 e' consulente 1 che risponde. Ti scrivo come la vedo io. Come avevo gia' sottolineato in quelche prededente intervento sono completamente contrario all'approccio "scelgo un lavoro perche' cresco subito e guadagno molto"...c'e' un assioma che ho sperimentato piu' volte "se pensi ai soldi non scegli e se non scegli le cose non accadono"...tranquillo non sono la reincarnazione di qualche nostro politico. A me i soldi piacciono e anche tanto, dico solo che bisogna ribaltare la prospettiva per farli...i soldi non possono essere il driver della tua carriera. Il tuo conto in banca non dimostrera' mai quanto sei bravo a fare un lavoro, dimostrera' al massimo che sei bravo a fare soldi. Quindi domanda: voglio diventare uno dei migliori in un campo professionale o voglio solamente fare soldi? La risposta affermativa al secondo scenario apre una finestra che non credo possa essere approfondita in questa sede. Ad ogni modo voglio dare alcuni suggerimenti. Spesso si fa l'errore di assecondare miti come: "dopo 3 anni in questa posizione diventi manager...dopo 5 in questa invece amministratore delegato...etc". Beh basta fare due calcoli le comunita' professionali fatte da manager (prime linee) sono veramente ristrette, quelle dei CEO si apprrossimano al ristretto del ristretto (uno per ogni azienda...almeno fino ad oggi). Eppure i grandi gruppi aziendali annoverano migliaia di impiegati, se dopo 3 anni tutti diventassero M o CEO saremmo in Parlamento e non tra le braccia di papa' mercato al quale nulla sfugge. E' importante quindi saper fare e ancora di piu' che gli altri riconoscano che tu sappia fare. Bisogna saper far accadere le cose e se fai accadere bene le cose qualcuno prima o poi ti chiamera' per farne accadere di piu' complesse. Spero che questi concetti siano chiari. Ora, siccome il lavoro e' l'attivita' che assorbe l'uomo per quasi l'80% della sua giornata sarebbe cosa simpatica amare cio' che si fa. Riguardo la tua domanda legata a dove vanno a finire i consulenti rispondo: all'inferno! Provocazione ovviamente. I consulenti sono figure professionali di complemento, il che significa che coprono e/o completano qualunque expertise si trovi in un'azienda. A volte un consulente ne copre piu' di una. Il sillogismo e' presto fatto. Dipende quindi dalla tue esperienza; maggiore esperienza nell'HR nessuno ti chiamera' mai a fare una M&A, sei esperto di Brand Management forse e' il caso che non ti occupi di recruitment. E' chiaro che piu' esperianza hai, piu' posizioni di responsabilita' ricopri, piu' la tua esperienza diventera' general e quindi parificata e spendibile per gestire i piu' larghi scenari organizzativi. In questo campo non ci sono regole fisse e questi cliche' possono essere molto pericolosi per chi inizia un percorso professionale. Se vali, ci sono posizioni aperte e ti e' riconosciuta un professionalita' che coincide con il bisogno dell'azienda puoi cambiare quando vuoi. Non si hanno marchi della peste addosso. Ovvio che se passi molti anni a fare una certa attivita' avrai una certa connotazione ma si presume l'abbia fatto perche' ti piaceva. In bocca al lupo e buon divertimento, qualunque lavoro facciate.

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