martedì 22 gennaio 2013

P&G: the everyday effect*

Dopo la fortunata campagna "Thank you mom" lanciata in occasione delle scorse olimpiadi di Londra 2012, P&G torna con una  nuova comunicazione sul corporate brand. Gli ingredienti della "Everyday effect campaign" sono per certi versi simili a quelli della precedente: bambini, mamme con bambini, piccoli gesti quotidiani, protezione, cura, musica coinvolgente, frasi strappalacrime per comunicare un universo di marche e un modo di essere... anche se stavolta si sente più chiaramente la presenza dei prodotti. Forse anche per questo la poesia ne risente e l'effetto non è lo stesso dell'altra volta. Comunque, a voi il giudizio:


*L'effetto everyday è visibile già dopo sole due settimane di utilizzo quotidiano dei prodotti P&G. Per maggiori informazioni potete visitare il sito P&G.

martedì 15 gennaio 2013

Il brand manager italiano, inglese e francese

Una delle maggiori cause di inefficienza dei moderni conglomerati multinazionali è legata al fattore linguistico. Infatti, è ragionevole pensare che quando decine di migliaia di persone provenienti dai 7 angoli del pianeta si trovano a doversi interfacciare quotidianamente col comune intento di commercializzare un nuovo gel per sopracciglia folte, possa finire che nessuno ci capisce più un bel niente.

Prendiamo ad esempio una definizione semplice e apparentemente inequivocabile: quella di brand manager. A ben vedere l'interpretazione del ruolo del bm varia sostanzialmente a seconda del paese in cui questo opera.

Regno Unito: il brand manager, nella definizione anglosassone, è il gestore di una marca. Così come il gestore di un hotel o di una palestra amministra la risorsa a lui affidata, allo stesso modo il bm gestisce la sua marca con buon senso e diligenza. I proprietari della marca sanno che il bm condurrà coscienziosamente il brand attraverso le insidie quotidiane dettate dalla complessità e dall'imprevisto. Qualora dovessero incorrere problematiche, infatti, sarà il brand manager a occuparsene. Tranquilli, ci pensa il bm. Non ha pretese di grandezza il brand manager, è uno che fa il suo lavoro onestamente (per quanto possibile).

Francia: in Francia il concetto di brand manager cambia notevolmente. Il bm francese si chiama "chef de marque": capo della marca. Questa definizione è chiaramente figlia della rinomata grandeur d'oltralpe. Il francese è capo. Anche se non avesse alcuno sotto di sè, lui comunque per definizione è il capo. Dunque lui dispone, si accerta, ordina e si agita. Perchè lui è il capo, dunque è giusto che sia così.

Italia: e poi c'è l'italiano. La migliore traduzione di bm in italiano è "responsabile di marca". Ora, non serve un linguista per capire che il responsabile è qualcuno che risponde di qualcosa a qualcuno. Dell'andamento del business, ad esempio. Ora, è evidente ai più come la prospettiva cambi del tutto. Infatti, il responsabile non è tanto uno che sta sopra, in quanto, anche se avesse dei collaboratori, comunque lui è prima di tutto per definizione (respondeo) chiamato a rispondere. Rispondere anzitutto a chi sta sopra, ma poi anche a chi sta sotto, di lato, dietro o, perchè no, anche al primo che passa: "scusi, è lei il responsabile?".

Ora mi chiedo: può mai funzionare un'organizzazione in cui lavorano un inglese, un francese e un italiano?

domenica 6 gennaio 2013

Il brand manager e l'anno sabbatico

Nel 2013 brandomanago riprende con un'intervista. Infatti, ad un anno e mezzo dalla sua prima comparsa sul blog, vi ripropongo il singolare caso di Alessandro del Forno, il marketing manager che dopo sette anni di lavoro presso aziende di largo consumo, nel 2011 decise di prendersi un periodo di vacanza e di lasciare Milano alla volta delle Hawaii in barba alla carriera, la crisi e tutto il resto. Ebbene, dopo un anno alle Hawaii Alex è tornato e gli abbiamo chiesto come va.


1. Alex, nel 2010 eri lanciato in una brillante carriera da marketing manager quando hai deciso di rassegnare le dimissioni, lasciare il lavoro e partire per l'altro capo del mondo. Cosa ti aveva portato ad una scelta così in controtendenza?
Tre cose:
1) La mia passione viscerale per le isole Hawaiiane e l’Aloha Spirit che permea questi luoghi incantevoli
2) Il mio innato senso di avventura, il desiderio di esplorare nuove ‘vite’ e di mettermi alla prova
3) L’inizio di una relazione con una ragazza che viveva li, la classica goccia che fa traboccare il vaso
Come vedi nessuna di queste ragioni ha a che vedere con desideri di fuga, insoddisfazioni personali o professionali: solo pensieri positivi che mi hanno spinto e incoraggiato, e la consapevolezza che l’unica forma di successo è vivere come si vuole.

2. In fondo non ci vuole troppa fantasia per immaginare delle ragioni per lasciare Milano alla volta di Maui. Ma piuttosto, come ti è venuto in mente di ritornare dalle Hawaii?
Quando sono partito non mi sono posto obiettivi e ho deciso che avrei individuato la strada col tempo. Sono partito mollando tutto per avere la testa libera, tuttavia mi sono dato un limite temporale - 1 anno – entro o allo scadere del quale avrei deciso cosa fare da grande. Il periodo di 1 anno non è stato scelto a caso: permesso di soggiorno, risorse economiche e minimizzazione dei rischi di reinserimento in Europa hanno guidato la mia scelta.
Ho deciso di rientrare per 3 motivi:
1) Ho vissuto un indimenticabile anno sabbatico, un’esperienza di vita straordinaria che mi ha dato nuovi impulsi e stimoli che tuttavia alle Hawaii non avrebbero trovato sbocco
2) Ho provato a collocarmi sul mercato US, sulla ‘mainland’, tuttavia le problematiche relative ai permessi di lavoro hanno reso complessa questa strada
3) La mia relazione sentimentale è entrata in crisi

3. Non avevi paura che al tuo rientro avresti avuto difficoltà a reinserirti nel mercato del lavoro specie in tempi di crisi? 
Quanti sognano di lanciare un giorno pc e telefonino dalla finestra e 'mollare tutto'? Cio' che frena e' la paura. Paura irrazionale di non trovare mai più un lavoro, di finire i soldi, paura di lasciare il certo per l’incerto: diciamo che io avevo la paura contraria, avevo paura di tenermi il certo di non esplorare l’incerto. E poi, suvvia Brando, ai colloqui i nostri amici HR ci dicono sempre che apprezzano la ‘diversity’: cosa c'è di più ‘diverse’ che piantare tutti in asso e andarsene su una spiaggia tropicale per un anno??

4. E dopo questa lunga esperienza dimmi che hai intrapreso delle riflessioni su di un lavoro e uno stile di vita più sostenibile delle dodici ore in azienda davanti al computer. Che cosa fai oggi per guadagnarti da vivere? 
Mi sono trasferito a Londra, dove lavoro per Unilever in qualità di European Brand Development Manager. Tuttavia non lavoro 12 ore al giorno, e nemmeno 10, a meno che non sia necessario davvero. Uno stile di vita piu' sostenibile lo si adotta non tanto cambiando lavoro, bensì cambiando approccio e fare un anno sabbatico aiuta a schiarirsi un po’ le idee. Scalare marcia e prendersi tempo per se' e' fondamentale. Qui in UK la mia esperienza è stata molto apprezzata e pensa che il 50% dei componenti del team con cui lavoro ha fatto il gap year.  Spero che questa mentalità di diffonda anche in Italia, dove siamo ancora indietro.

 5. Ancora una multinazionale? Si potrebbe pensare che sei recidivo. Ma allora è stato solo "molto rumore per nulla"? Cosa è cambiato in sostanza rispetto a prima delle Hawaii? 
La cosa più bella di questa esperienza è che mi ha permesso di rifocalizzare valori e priorità.  Alle Hawaii ho ritrovato la risorsa più preziosa che abbiamo, il tempo, e l’ho utilizzato nel modo più produttivo possibile, cercando di fare ciò che mi faceva sentire meglio, ogni giorno. Ho riscoperto il gusto di parlare con la gente comune, incantarmi davanti alla bellezza di un tramonto, rallentare, immergermi in una dimensione piu' spirituale. Meraviglioso.

6. Da fratello maggiore, oggi raccomanderesti a tuo fratello minore di seguire i tuoi passi? 
Non gli direi cosa fare, ma gli darei un solo suggerimento. Gli direi: ‘’Chiudi gli occhi, proiettati 20 anni in avanti e chiedi a te stesso se, guardando la tua vita 20 anni indietro, ti piacerebbe di più aver lavorato 19 anni e aver fatto 1 anno sabbatico alle Hawaii (o dove ti pare) o ti piacerebbe di più aver lavorato 20 anni ininterrottamente?’’. Io ho fatto questo esercizio, e indovina la risposta che mi sono dato?

7. Pensa ad una tua giornata tipo: qual è la singola cosa che ti manca di più di Maui? 
La singola cosa? Facile: Maui.